Cutting – Studio Tripoli Serena

Il cutting

cutting, psicologo, psicoterapeuta, psicologia, psicologa, psicoterapia, guidonia, tivoliIl cutting (taglio) è una forma di autolesionismo sempre più diffusa tra gli adolescenti.  All’interno vengono collocati comportamenti che vanno dal ferirsi, tagliarsi, incidere varie parti del corpo (gambe, braccia, pancia etc.), fino al procurarsi piccole ustioni, graffi ed ematomi con diversi mezzi (lamette, temperini, coltelli, gomme per cancellare, sigarette etc.). Si tratta prevalentemente di ragazzi dai 12 ai 18 anni, ma a volte si inizia anche prima.

Secondo l’Istituto di Ortofonolgia di Roma il 90% di giovani che praticano cutting è composto da ragazzine che si tagliano usando le lamette (nove volte su dieci). Le parti del corpo più ferite sono le braccia, seguono polsi, gambe e pancia. Nella maggior parte dei casi iniziano a tagliarsi per emulare i coetanei, o perchè conoscono il fenomeno in rete.

Nel 19% delle volte smettono grazie al supporto terapeutico, al quale arrivano dopo la richiesta di aiuto ad un adulto (prevalentemente insegnanti o familiari).

Ma se il ragazzo non chiede aiuto? Purtroppo non sempre l’adolescente parla del suo disagio, ancor meno dei comportamenti a rischio che assume, a volte se ne vergogna, oppure non ha reale percezione di quanto sia rischioso ciò che sta facendo, può non sentirsi compreso dagli adulti di riferimento o temerne il giudizio negativo.

Ci sono quindi dei piccoli segnali a cui un adulto può far caso: usare un abbigliamento fuori stagione (maniche lunghe d’estate, collant scuri…), portare quotidianamente bracciali larghi che coprono l’intero polso, chiusura in se stessi ed incapacità relazionali (anche rispetto ai coetanei). Non sempre però l’adolescente che si taglia ha dei problemi psicologici evidenti. Può trattarsi di un ragazzo “normale”, con un rendimento scolastico medio o addirittura ottimo, un buon inserimento sociale e relazioni con i pari.

Pertanto quello che l’adulto può e deve fare è parlare.

La comunicazione con i ragazzi e l’ascolto profondo e non giudicante dei loro vissuti ed esperienze, può aiutarli a non sentirsi soli, sbagliati. Può farli sentire liberi di esprimere le proprie paure, la tristezza o la rabbia che provano.

Quasi tutti i ragazzi che praticano cutting hanno in comune una storia di solitudini, incomprensioni e incomunicabilità con i genitori.  Inoltre non si accettano così come sono, ed hanno una bassa autostima. Molti si tagliano come reazione a sentimenti di rabbia ed angoscia. Altri invece sentono un vuoto interiore, un’incapacità a provare qualsiasi tipo di sentimento e attraverso il taglio si sentono vivi. Provano calma solo quando si tagliano. Proprio in quel momento infatti trasferiscono quello che sentono (confusamente) nella mente sul corpo. I pensieri sono tutti rivolti a quello che sta accadendo a livello fisico e questo permette di distrarsi dalle emozioni spiacevoli o di provare qualcosa (dolore fisico) che compensa l’incapacità di sentire emozioni.

Un taglio e poi il sollievo. Ma quando questo scompare lascia posto alla vergogna, ai sensi di colpa e alla rabbia verso se stessi. Aumentando anche la confusione interna del giovane.

Lungi dal patologizzare tutti gli adolescenti, è bene ricordare che l’adolescenza è una fase di transizione molto delicata in cui si chiede al ragazzo di svolgere determinati compiti evolutivi. Tra tutti il più complesso è la costruzione di un’identità autonoma e matura, in un mondo in cui è sempre più difficile anche per gli adulti riuscire a trovarne una. In alcuni casi, fortunatamente non così pochi come si teme, i giovani riescono ad avere uno sviluppo tutto sommato equilibrato. In altri purtroppo questo non avviene. E sono proprio questi i casi in cui i giovani hanno dei comportamenti rischiosi: cutting, uso di sostanze, di alcol etc.

L’adolescente è alla continua ricerca di una risposta alla domanda “chi sono io?”. Trovarla non è così semplice. Il corpo cambia in modo repentino e spesso disarmonico, facendo perdere la sicurezza che si aveva negli anni precedenti; ed anche le emozioni si fanno tumultuose, prendendo a volte il sopravvento, oppure venendo celate, controllate o non sentite. Il desiderio di crescere ed emanciparsi può spingere ad assumere atteggiamenti “da adulti” oppure può far talmente tanta paura da bloccare il giovane. In tutta questa confusione e cambiamento continuo, l’adolescente non sente più di conoscere la propria identità. Di conoscersi. Per questo è importante sostenerlo nel ritrovare quella bussola emotiva che permette di crescere in sicurezza: il rapporto d’amore con i genitori è come una rete che sostiene e contiene.

Così alla domanda “chi sono io?” potrà esserci la risposta “io sono questo, amato per quello che sono”.


-Dott.ssa Serena Tripoli-

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