Metodo Gordon – Studio Tripoli Serena

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Mi capita a volte di incontrare genitori che mi chiedono “Cosa posso fare con mio/a figlio/a? Non mi ascolta, vuole fare sempre di testa sua, non riesco più a capirlo, non lo riconosco più

Indipendentemente dalla fascia di età (bambini o adolescenti poco importa), sono sempre di più i genitori che sentono di aver perso il controllo sulla prole e che vogliono far qualcosa per recuperarla.

Spesso quando parlo di metodi alternativi a quelli “classici” (come ad esempio premi e punizioni, coercizione etc.), alcuni genitori sbarrano gli occhi chiedendo(si) “Funziona davvero?“, altri sono più apertamente scettici “Dottoressa se facessi come dice lei le cose peggiorerebbero irrimediabilmente!“, oppure pessimisti “Lei non conosce mio/a figlio/a, con lui/lei questo non funziona!” e così via.

Siamo talmente tanto abituati a vivere in una cultura del controllo di noi e dell’altro che ci viene difficile anche solo pensare di lasciare “liberi di essere” un’altra persona, figuriamoci i nostri figli. Pensiamo di doverli educare sin dalla tenera età a essere bravi, rispettosi delle regole, dei piccoli adulti perfetti. Questo tipo di educazione spesso passa dalla costrizione, dal controllo, dai ricatti, che non sempre però sembrano funzionare soprattutto nel lungo periodo.

Molti genitori non conoscono altri metodi, o li ritengono inefficaci proprio perchè hanno sempre visto usare questi altri. Ed invece la strada alternativa c’è. Sfatiamo un mito diffusissimo quando parliamo di metodi alternativi: non si tratta di lasciare i figli allo sbaraglio, senza regole o confini. É importante infatti formare futuri adulti rispettosi delle norme e capaci di affrontare le varie situazioni della vita, così da diventare adulti efficaci, sereni ed equilibrati; ma è altrettanto vero che queste capacità si apprendono nel tempo attraverso la libertà di poter essere, sperimentando anche il contrario, così da comprendere cosa è giusto o no per noi e gli altri. Un bambino o adolescente che viene rispettato nei suoi tempi e in quanto persona, aldilà dei suoi sbagli, sarà un adulto che avrà sperimentato delle sane relazioni d’amore che saranno la base sicura per poter esprimere pienamente se stesso e vivere serenamente. Adulti che sapranno sbagliare assumendosi la responsabilità delle proprie azioni, che riusciranno a distinguere cosa è giusto da quello che non lo è.

I figli che si sottomettono all’autorità dei genitori, sono spesso adolescenti che si ribellano, che possono assumere comportamenti devianti, incapaci di autocontrollo. Contrariamente al senso comune infatti l’autocontrollo (necessario ad ognuno di noi per poterci autoregolare e stare bene con noi stessi) si ottiene in un clima di libertà personale, in cui ognuno prende le proprie decisioni, imparando a controllare o limitare i propri comportamenti attraverso l’osservazione delle conseguenze su se stessi e gli altri.

Quindi ricapitolando i figli hanno bisogno di confini e limiti, e sono proprio i genitori a doverli dare, ma in un clima di libertà personale. Per questo motivo è bene che ci siano poche regole, chiare e co costruite con i figli, ovviamente in relazione alla loro età.

Prendiamo come esempio il metodo dei premi e punizioni, usato molto spesso dai genitori per far fare ai figli quello che devono. Nel tempo questa strategia non ha gli effetti desiderati, nè tantomeno può essere usata a lungo.

Pensiamo ad un genitore che per premiare il proprio figlio che si è comportato bene o ha fatto un lavoretto richiesto, gli offre caramelle o altri oggetti desiderati in base all’età; nel momento in cui il bambino potrà accedervi autonomamente o non desidererà più quello specifico oggetto cosa rimarrà al genitore? Allo stesso modo un adolescente costretto a studiare “per il voto” (premio estrinseco) sarà molto meno motivato e ricaverà minore soddisfazione e gioia rispetto a quello che studierà “per sè stesso” ed il proprio apprendimento (premio intrinseco). Nel tempo le differenze saranno evidenti, soprattutto quando non ci saranno più i voti a determinare la motivazione del giovane.

Anche per le punizioni vale lo stesso principio. I genitori inevitabilmente nel corso del tempo rimarranno a corto di punizioni da dare, perdendo così tutto il loro potere. Inoltre le punizioni spesso gettano i figli nella costante paura e sudditanza, che non gli permette una reale interiorizzazione dei limiti imposti. Il giovane cioè non ha consapevolezza di ciò che è bene o male, perchè non l’ha sperimentato direttamente ma gli è stato imposto dall’esterno senza alcuna possibilità di comprensione o confronto. Questo porterà molto probabilmente ad assumere comportamenti sbagliati, a rischio, ogni volta che non ci sarà il pericolo di una punizione da parte di un agente esterno. Premi e punizioni quindi possono indebolire le reali motivazioni nonchè la consapevolezza di sè e del mondo circostante.

Ma veniamo alle alternative. Nello specifico illustrerò la Parent Effectiveness Training (PET), di Thomas Gordon (per approfondimenti “Nè con le buone, nè con le cattive” di Gordon T. – edizioni La Meridiana). Si tratta di un modello formativo per genitori volto a migliorare l’efficacia e le competenze relazionali e comunicative nel rapporto con i figli, favorendo lo sviluppo di nuove strategie di risoluzione dei conflitti. L’adulto è considerato un “facilitatore” della relazione con i figli, il cui comportamento non viene più visto nei termini di buono/cattivo, ma viene valutato come un “comportamento utile per il soddisfacimento dei propri bisogni”. Vengono cioè eliminate le etichette o i giudizi di valore (buono/cattivo) dati al comportamento e spesso a chi lo mette in atto, e si considera esclusivamente come un’azione finalizzata ad uno scopo. Questo non significa che il genitore accetterà sempre ciò che i figli fanno ma si proverà insieme a trovare un comportamento più funzionale per chi lo mette in atto e per l’adulto.

Dunque è necessario innanzitutto di fronte ad un capriccio di un bambino piccolo o ad un atteggiamento ribelle di un adolescente, chiedersi qual è il suo reale bisogno in quel momento. Quando i genitori cercano di comprendere le motivazioni dei figli, invece di giudicarne il comportamento, riescono di solito a dare loro ciò di cui hanno bisogno e dunque eliminare o modificare il comportamento problematico.

Bisogna inoltre chiedersi di chi sia il problema, dell’adulto o del giovane? Ad esempio se il bambino si dondola pericolosamente sulla sedia il problema sarà sia del genitore che del piccolo, allora bisognerà intervenire per fermare quel comportamento rischioso spiegando le motivazioni al piccolo che comunque, seppur in tenera età, potrà comprendere ad un livello emotivo la preoccupazione del genitore. Se invece ci troviamo al supermercato e nostro figlio fa i capricci perchè vuole a tutti i costi delle caramelle, e non riusciamo a farlo smettere, di chi è il problema? In genere è del genitore che si vergogna per la figuraccia che sta facendo davanti a tutti e di solito per porvi fine cederà alle richieste del bambino comprandogli quello che vuole. Ma qual è il bisogno reale del bambino in quel momento? Può essere una richiesta di attenzioni, può darsi abbia fame o sia stanco, o ancora sia nervoso per qualche motivo. Pur comprendendo quanto sia difficile, soprattutto in quei momenti concitati, fermarsi a guardare ed ascoltare i propri piccoli, sarebbe questo l’esercizio costante da fare per migliorare la qualità della relazione con loro e ridurre al minimo episodi spiavcevoli di questo tipo.

Ancora un’altra strategia riguarda il cosiddetto messaggio di confronto in prima persona. Si tratta di un messaggio in cui l’adulto esprime i propri sentimenti in risposta a comportamenti (inaccettabili) del figlio, senza giudizi di valore o rimproveri. Avete mai pensato a come vi sentireste se una persona, di fronte ad un vostro atteggiamento per lui intollerabile, vi dicesse “Sei stato proprio cattivo/a, non sei proprio capace a fare quel lavoro, dovresti vergognarti etc.” ? E se invece dicesse “Quando ti comporti così mi fai sentire triste, arrabbiato etc.” ? Sicuramente la seconda affermazione sarebbe per noi più accettabile e forse ci spronerebbe a cambiare atteggiamento (se l’altro è qualcuno a cui teniamo). La stessa cosa vale per i nostri figli, a cui lasciamo la possibilità e responsabilità di modificare il proprio atteggiamento, anzichè imporre noi un cambiamento. Esistono anche i messaggi in prima persona di tipo preventivo, e sono utilizzati per aiutare i bambini/adolescenti ad intraprendere in futuro una particolare azione così da evitare “problemi” con l’adulto. Si tratta di messaggi in cui i genitori dicono preventivamente ciò che vorrebbero dai figli (tenere in ordine la stanza, giocare solo dopo aver fatto i compiti, lasciare da parte il cellulare durante i pasti etc.), e questo aiuta ad evitare conflitti.

Man mano che i bambini crescono può essere usata anche la strategia del problem solving. Non è necessario siano molto grandi, basta che comprendano razionalmente quello che vogliamo dirgli. Quando nostro figlio non modifica il proprio comportamento inaccettabile, il problema può essere di entrambi. A questo punto si può iniziare a negoziare una soluzione in cui si tengano in considerazione sia i bisogni e desideri del ragazzo, che quelli del genitore. Si propongono varie soluzioni, se ne valuta la fattibilità ed infine se ne sceglie una che sia accettabile per entrambi.

In genere invece quando c’è un conflitto (soprattutto con i figli), l’adulto decide quale debba essere la soluzione e la impone ottenendo il più delle volte resistenza. A questo punto il genitore può provare a persuadere il giovane per fargli accettare le sue condizioni oppure usare il potere (o minacciare di farlo) per faro cedere. L’adulto vince ed il bambino perde provando, nel tempo, sentimenti di frustrazione, rabbia, inadeguatezza e scarsa stima di sè. Quindi nel breve termine possiamo avere figli accondiscendenti ed ubbidienti, ma col tempo saranno più probabilmente adulti arrabbiati ed incapaci di relazionarsi con il mondo esterno soprattutto in caso di conflitti. Nel metodo senza perdenti invece, si aiuta il bambino/adolescente a ricercare attivamente soluzioni accettabili per tutte le parti in causa. Questa capacità permetterà da adulti di instaurare delle buone relazioni con gli altri.

Per finire vorrei esprimere ai genitori vicinanza per il loro (nostro) ruolo difficile, a volte troppo faticoso, spesso non si è preparati, altre volte ci si trova di fronte a situazioni per cui non è sufficiente nessuna preparazione. Ma è anche un ruolo sempre stimolante, arricchente, soddisfacente. Quello dei conflitti con i fgli è un tema delicato, non esistono soluzioni valide per tutti. Ci sono strategie ad hoc, suggerimenti, consigli, ma ognuno deve trovare la propria dimensione relazionale con i figli, ricordandosi che anche i più piccoli sono delle persone in crescita e come tali vanno rispettate ed aiutate a sviluppare appieno le proprie potenzialità. Aiutiamoli a infoltire la loro chioma e non a tagliare i propri rami.

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